Sabù Alaimo, nome d’arte di Salvatore Alaimo, è un cantautore palermitano. Si forma al Brass Group di Palermo, affiancando allo studio un percorso di confronto con autori e professionisti della scena musicale nazionale. Muove i primi passi interpretando il rock italiano all’interno di diverse band cittadine e partecipa a numerose manifestazioni musicali, tra cui il Premio della Musica Italiana di Radio Italia.
Nel 2008 pubblica con la band Sabù e La Vigilia l’album Schemi, che ottiene passaggi radiofonici nazionali e dà il via a un tour in Sicilia. Nel 2009 il gruppo entra nella compilation Sanremo Web con il brano Meglio di così, mentre nel 2011 Sabù vince il premio R.E.A. – Radio e Televisioni Associate come autore. Dal 2013 intraprende il percorso solista con l’album Logica Egoistica, seguito da un tour, e nel 2014 arriva tra i 60 finalisti di Sanremo Nuove Proposte con il singolo Petrolio, aprendo nello stesso periodo alcuni concerti di Luca Carboni. Nel corso degli anni alterna dischi, singoli e attività live, firmando anche testi e musiche per il teatro e collaborando con numerosi artisti. Nel 2017 pubblica Generazione Digitale e viene selezionato tra i 18 autori nazionali per uno stage Sony/ATV al Medimex di Bari. Nel 2022 esce l’album Star della provincia, seguito da un tour che tocca diverse città italiane. Nel 2025 tiene un concerto all’Auditorium Rai di Palermo, successivamente trasmesso su Rai Tre, e pubblica Totò, brano dedicato a Totò Schillaci. Tra il 2024 e il 2025 nasce Quelli come noi, EP che segna una nuova fase del suo percorso artistico, caratterizzata da una scrittura diretta, viscerale e da una forte impronta punk cantautorale.
In “Quelli come noi” dai voce a una comunità di “reietti”: quanto ti interessa raccontare queste figure come identità collettiva e quanto invece come percorsi individuali?
Dando voce ai presunti reietti, do’ voce principalmente a me stesso; la musica è per me anche un mezzo per esorcizzare questa mia condizione personale. Non saprei dire se realmente sia un reietto, o è solo una mia errata percezione. Fatta questa premessa direi che mi interessa raccontare l’argomento sia a livello collettivo che individuale, da sempre una certa subcultura stimola la mia creatività.
Nel brano emerge l’idea che la ricerca degli altri sia in realtà una ricerca di sé: è una consapevolezza arrivata dopo o era già il punto di partenza della scrittura?
La consapevolezza è arrivata proprio scrivendo il brano, in generale il mio processo creativo diventa, a volte, una sorta di auto analisi che mi mostra dettagli che altrimenti avrei ignorato. Sicuramente ho sempre un’idea iniziale, ma molto spesso (involontariamente) approfondendo l’incipit iniziale, mi ritrovo ad esplorare altre “stanze” interiori, che inevitabilmente mi portano a rivedere l’argomento trattato da altri punti di vista.
L’uso della parola “suca” come simbolo identitario è una scelta forte: quando hai capito che poteva diventare qualcosa di più di un’espressione, quasi un linguaggio?
In realtà ho realizzato che è molto di più di una semplice espressione diversi anni prima della scrittura del brano; ovvero quando ho assistito alla presentazione del libro “Filosofia del suca” di Francesco Bozzi. Mi sono ritrovato a completare il ritornello di “Quelli come noi” prendendo in considerazione una parola che non avrei mai pensato di usare in una canzone.
Il videoclip attraversa luoghi molto concreti come Ballarò e Il Capo: quanto è importante per te che la tua musica resti così radicata nel contesto urbano e sociale da cui nasce?
Penso che in ogni musica è contenuto un luogo e un contesto sociale, a volte anche immaginario. Quando ascolto brani di altri cantautori mi ritrovo a immaginare sempre dei luoghi associati al racconto. Per quanto mi riguarda ogni canzone è figlia del luogo dove vive il proprio autore, non fa eccezione la mia musica. Associare (quasi sempre) un posto a ogni mia canzone è qualcosa che mi viene assolutamente naturale, non me lo impongo affatto.
C’è una coerenza molto netta tra scrittura e suono, entrambi cupi e diretti: in studio avete seguito l’istinto o c’è stato un lavoro preciso per costruire questa identità sonora?
Il sound nasce dalla composizione stessa del brano, già avevamo un mondo minore, quindi è stato molto semplice arrivare al risultato. Anzi cercavamo di smorzare l’atmosfera cupa con un ritmo più “allegro”, da qui l’idea di suonare il basso staccato, quindi con più pause che potessero dare un senso ritmico più “leggero”, diversamente avremmo avuto un risultato ancora più cupo, credo che siamo riusciti a trovare il giusto compromesso.
Questo singolo è uno dei momenti più rappresentativi dell’EP: guardando al progetto nel suo insieme, è più una sintesi o un punto di rottura rispetto agli altri brani?
Credo che sia più una sintesi, l’equilibrio che racchiude tutti i brani, il pezzo di rottura a livello sonoro è “Totò”, semplicemente perché ha un’indole più pop, ma testualmente rispecchia il senso dell’Ep.