5 Marzo 2024


Il rock è tornato. E’ una cosa accertata. Sono tantissime le band che stanno sfornando album di valore nell’ambito hard rock e i romani The Great Divide si accodano a questa piccola rivoluzione con un album convincente come questo “Higher”. Innanzitutto il primo biglietto da visita da presentare è la professionalità, e io intendo la produzione, che nel 2022 deve essere ottima o comunque molto buona.

Ebbene, il lavoro è stato registrato e mixato da Matteo Andolina presso l’ Echo Sound Studio e masterizzato a Seattle (USA) da Kelly Gray (Queensrÿche, Slave to the System, Geoff Tate). E alcuni echi di Seattle si possono udire in questo album. Se l’opener “Speed” comincia le danze con un hard rock piuttosto classico, con la successiva “No Doubt” fanno capolino influenze che potremmo collocare a metà strada tra Soundgarden (soprattutto nel cantato) e Stone Temple PilotS, e questa ricetta si ripete in “Piece Of Me”. Questo mix di hard rock verace e Seattle-sound sarà il leit-motiv di un po’ tutto l’album.

La blueseggiante “Broadway” riesce a donare potenza e spensieratezza, ma subito dopo abbiamo un episodio come “Everything Is Ruined” che mi ha ricordato alcune ballate dei Foo Fighters. Questo brano aggiunge una nota dolce-amara a questo album, che poi riparte alla grande con “Rebirth”, ma anche questo è un brano che vive di momenti più solari alternati ad altri più ombrosi, ma il ritmo è irresistibile e ne viene fuori uno degli episodi più riusciti dell’album. Nella seconda parte dell’album c’è spazio per la tranquillità, con un bel brano come “Stay”, ma la band inserisce molta melodia anche in altre tracce come “Clearly” che mi ha ricordato un po’ Aerosmith. Il brano più duro comunque risulta essere “Hell Scar”, con chitarre stoppate e batteria che fa la voce grossa.

Album da scoprire a più riprese, carico di idee e che non si accontenta di offrire un compitino ben fatto. Qui abbiamo una band molto dotata che sa scrivere ottime canzoni rock e lo fa restando al passo coi tempi. Bravi.

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